Riapertura scuole: come prendono gli studenti questo periodo di “clausura”

  “Fareil proprio dovere non basta, ci vuole un senso”

- Mario Tamburino

 

“What haveyou learned these weeks, at home, in seclusion”? chiedo alla mia classe diInglese B2 aprendo il dialogo della nostra ultima video-lezione prima dellevacanze di Pasqua, indagando su cosa è rimasto loro impresso di questo lungoperiodo di isolamento tra le mura domestiche.

La rispostadi Martina è folgorante come un aforisma di Wilde: “Adesso che ho tempo non hoi miei amici; prima li avevo davanti a me tutti i giorni e mi mancava sempre iltempo per stare con loro”.

Unribaltamento dello sguardo che mi colpisce e che ritrovo nella risposta,tutt’altro che scontata, di Aijay. “Ho imparato a conoscere meglio i mieigenitori – afferma serio e quasi con dolcezza. “How is that”? “Beh, in questesettimane c’è stato il tempo di vivere i rapporti tra di noi in modo diverso,più sereno. Per esempio, mio papà suona la chitarra e anch’io. Mia madre ilpianoforte. Ci siamo ritrovati a suonare insieme ed è stata un’occasione perallargare i miei orizzonti culturali anche in fatto di musica”.

Ciò cheresta a Elena, invece, è l’evidenza lampante “che non siamo noi i signori delmondo”.

Comestridono queste osservazioni semplici dei miei ragazzi se paragonate aicommenti smaliziati dei media sui quali, dati alla mano, si annuncia che ilpeggio sembra essere passato. Mentre ancora si stenta a immaginare qualisaranno le ricadute economiche, sociali e personali, diquanto abbiamo vissuto e stiamo ancora sperimentando, il riaffiorare dicategorie interpretative vecchie e impolverate a cui ridurre la novità assolutache stiamo attraversando è forse il segno più evidente – e triste – che ilritorno alla “normalità” non è una fake news.

Lapandemia, come sostiene Elena, rivela come siamo incapaci di dominare tutti ifattori del reale, oppure che dobbiamo corazzaredi statalismo la sanità pubblica? La crisi ci dimostra che solo uniti sipuò fare fronte ad un nemico invisibile che non conosce frontiere, oppure chepossiamo fare a meno dell’Europa? La possibilità di contrarre il virus negliospedali, a scuola, in condominio, ci ha resi più consapevoli della nostrafragilità morale davanti all’altro quando la sua sola presenza costituisce unaminaccia?

Vi è unaspetto della lotta al covid-19 che non si gioca in termini socio–economici népolitici e neppure a livello scientifico, ma riguarda ciascuno di noi. Possiamouscire da questi mesi di reclusione con le facce abbrutite, oppure con l’anima“fiorita”, come la primavera.

Durante ilnostro primo collegamento su Zoom, all’indomani della chiusura delle scuole,Salvo mi aveva detto che la cosa che più gli faceva paura era che “oggi siacome ieri e domani come oggi”. “Cosa ti ha sostenuto in queste settimane? – glichiedo a quaranta giorni di distanza. Basta “fare ogni giorno il propriodovere” stando a casa, come ci è stato detto di fare, e non senza ragione?”.

 “No – mi risponde – non basta. Forse èsufficiente all’inizio. Poi, però, ci vuole un significato. Un senso, che nonsia un cieco accadere di fatti. Qualcosa che non renda questo tempo inutile”.

Le domandee le osservazioni dei miei ragazzi spuntano comei fiori tra le crepe del cemento dei muri del nichilismo che scarta come non essenziale ciò a cui non sa rispondere.

All’esigenzadi significato contenuta nelle parole del mio alunno, però, non risponde unaspiegazione. Occorre, un significato capace di abbracciare le esistenze chiusenelle bare che i camion dell’esercito portavano ordinatamente attraverso le stradedeserte di Bergamo verso il nulla di una fossa e le vite di quelli che cel’avranno fatta. Un fatto; come le domande imprevedibili dei miei allievispuntate dove doveva esserci solo il vuoto dell’inedia. Un fatto; come unapietra rotolata via dal sepolcro di risposte già sapute che non reggono l’urtodel reale.

 

 



 

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