MondoVero/Giovani e scuola: cosa serve davvero per il lavoro ?


Giovani, laureati e disoccupati. La verità sul lavoro (che nessuno dice)
Corriere della sera -  Antonio Polito  - 
Agli inizi degli anni Duemila, al culmine dei trionfi della new economy, quando sembrava che niente e nessuno sarebbe mai giunto a interrompere la fantastica cavalcata della crescita mondiale basata sulla information technology, un istituto di ricerca di Londra pubblicò una ricerca che fece sensazione. Diceva che nei vent’anni successivi i mestieri più richiesti sarebbero stati quello di parrucchiere, di gran lunga al primo posto, e di badante al secondo.
Il risultato
La previsione colpì per la semplice ragione che gli esperti e i media ripetevano invece tutti come un mantra che il mondo andava verso la «knowledge economy», l’economia della conoscenza, in cui solo chi avesse avuto un alto livello di educazione poteva sperare di diventare così flessibile da adattarsi ai cambiamenti continui indotti dall’innovazione nel mercato del lavoro.
I partiti di sinistra, tradizionalmente concentrati sull’obiettivo della uguaglianza di reddito, ci credettero così tanto che lo sostituirono con l’uguaglianza delle opportunità: il compito dello Stato doveva essere solo di offrire a tutti una educazione di alto livello, poi il mercato avrebbe scovato quelli bravi.
Come è noto, così non andò, e non solo per la recessione del 2008. Aveva ragione quella ricerca. I lavori più facili da trovare nei due decenni del Duemila sono stati del genere parrucchieri e badanti, cioè lavori che apparentemente non richiedono un alto grado di competenza e specializzazione. I lavori nuovi che sono stati creati, e che ci aspettavamo di vedere nei laboratori di ricerca, per camici bianchi, sono stati invece spesso su una bici a consegnare pizze. E se fare il parrucchiere è certamente una possibilità (anche se il mio barbiere dice che i nuovi arrivati sanno usare solo la macchinetta e non più le forbici), per fare il/la badante gli italiani sono fuori mercato, grazie alla vasta manodopera a basso costo disponibile tra i gruppi di immigrati.
L’errore di previsione
Ci eravamo dunque sbagliati? I laureati non trovano lavoro e dunque a che serve l’educazione?
Vi stupirà sapere che si tratta di domande vecchie come il cucco. Già negli anni ‘50, nelle sue «Prediche inutili», Luigi Einaudi, il grande economista liberale e secondo presidente della Repubblica italiana, rispondeva sul tema in questo modo: «Ho interrogato parecchi giovani americani sul problema della disoccupazione nel mondo universitario americano e vidi che la domanda non era neppure capita... i milioni di baccellieri e di masters, i quali escono dagli istituti universitari americani, sanno che il diploma non dà diritto a nulla... in me è sempre vivo il ricordo del 1926, quando, per invito di un noto economista, visitai un suo podere in uno stato del centro. Nella stalla, il vaccaro mungeva la mucca. Il collega, dopo averlo presentato, aggiunse: “Questi è un diplomato della mia università”. Come costui, nove decimi dei diplomati americani non sognano neppure di fare gli intellettuali solo perché hanno frequentato una Università e in essa si sono diplomati».

 

 

 
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